Accesso ai conti correnti del de cuius – La posta dell’avvocato di famiglia


La posta dell’avvocato di famiglia è lo spazio in cui i lettori possono trovare risposte chiare, pratiche e affidabili ai dubbi più comuni che riguardano il diritto di famiglia. In questa rubrica, l’avvocato Serena Lombardo, con 25 anni di esperienza nel settore, accompagna chi legge tra
questioni delicate e spesso complesse, offrendo spiegazioni semplici ma rigorose, sempre con attenzione alla persona e alle sue esigenze concrete.
Ogni articolo nasce per dare voce ai problemi reali delle famiglie: separazioni, affidamento dei figli, assegni, successioni, convivenze, tutela dei minori e molto altro. L’obiettivo è quello di fornire un orientamento utile, umano e competente, capace di aiutare il lettore a comprendere meglio i propri
diritti e a muoversi con maggiore consapevolezza.
La rubrica si ispira anche allo spirito del podcast “Diritto e Famiglia”, che approfondisce con linguaggio accessibile i temi più attuali e rilevanti del diritto familiare, creando un ponte tra informazione giuridica e vita quotidiana.

In questo articolo approfondiremo le modalità di accesso ai conti correnti del de cuius in caso di successione.

Che cosa succede giuridicamente al conto corrente quando muore il titolare?
Alla morte del titolare, il conto corrente non “sparisce”, ma entra nel patrimonio ereditario del defunto e le somme presenti diventano parte dell’asse successorio da devolvere agli eredi secondo le regole della successione. In pratica, gli eredi subentrano nella posizione giuridica del defunto nei
confronti della banca e possono chiedere la liquidazione del saldo attivo, oltre alla ricostruzione dei rapporti collegati, come eventuali libretti, depositi o dossier titoli, se presenti.
Dal punto di vista operativo, appena la banca riceve notizia del decesso, di norma blocca il conto per impedire prelievi, bonifici o altre operazioni non autorizzate. Questo blocco serve a proteggere sia la banca sia gli aventi diritto, perché evita che uno solo dei familiari disponga delle somme senza averne titolo oppure che vengano compiuti atti che potrebbero alterare la futura divisione ereditaria.
Va però precisato che il blocco non significa che gli eredi perdano il diritto alle somme: significa soltanto che, prima di poterle ricevere, devono dimostrare la propria qualità di eredi e completare gli adempimenti richiesti. In questa fase, la banca non decide chi eredita, ma si limita a verificare la documentazione e a procedere secondo le risultanze della successione.
Un aspetto importante è che il saldo del conto può essere sia attivo sia passivo: se il conto è in positivo, le somme entrano nell’eredità; se è scoperto, il debito può gravare sugli eredi secondo le regole successorie e in base all’accettazione dell’eredità. Per questo motivo, la verifica dei rapporti
bancari del defunto non serve solo a “sbloccare soldi”, ma anche a capire la reale situazione patrimoniale lasciata dalla persona deceduta.

Close-up of a senior adult signing a legal document with a focus on hand and gold ring.
  1. Quali documenti devono presentare gli eredi e perché la procedura è spesso lunga?
    Per ottenere lo sblocco del conto, gli eredi devono generalmente presentare alla banca una serie di documenti che provino sia il decesso sia il loro diritto a succedere. I documenti più ricorrenti sono il certificato di morte, una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà o un’autocertificazione di
    qualità di erede, la dichiarazione di successione registrata presso l’Agenzia delle Entrate, i documenti di identità degli eredi e, se esiste, una copia del testamento.
    In alcuni casi possono essere richiesti anche altri atti, come la rinuncia all’eredità oppure l’accettazione con beneficio d’inventario, soprattutto quando la posizione patrimoniale del defunto è complessa o quando vi sono dubbi su debiti, conti scoperti o possibili contestazioni tra gli aventi diritto. La banca, infatti, tende a tutelarsi chiedendo tutto ciò che serve per evitare pagamenti a soggetti non legittimati o operazioni che potrebbero essere contestate in seguito.
    La procedura può essere lenta perché non riguarda soltanto l’identificazione degli eredi, ma anche la ricostruzione completa della posizione bancaria del defunto. In molte situazioni, gli eredi hanno bisogno degli estratti conto per comprendere i movimenti precedenti al decesso, verificare eventuali
    addebiti sospetti, ricostruire versamenti e prelievi, e capire se ci siano stati rapporti bancari collegati o somme da includere nell’asse ereditario.
    Inoltre, la legge e la prassi bancaria richiedono spesso un coordinamento tra banca, notaio, Agenzia delle Entrate e, talvolta, tra gli stessi eredi, che non sempre sono d’accordo tra loro. Se manca la firma di uno degli aventi diritto, se il testamento non è chiaro o se ci sono più chiamati all’eredità
    con interessi diversi, i tempi si allungano ulteriormente.
    Un elemento da non sottovalutare è che gli eredi hanno interesse a ottenere rapidamente la documentazione bancaria perché da essa può dipendere la corretta determinazione delle quote ereditarie. In altre parole, il conto corrente del defunto non è un dettaglio amministrativo, ma può incidere in modo diretto sulla distribuzione finale del patrimonio.
  2. Come cambia la situazione nei conti cointestati e quali problemi nascono più spesso? Nel caso di un conto cointestato, la disciplina diventa più delicata perché bisogna distinguere tra la quota che apparteneva al defunto e quella che resta al cointestatario superstite. In via generale, si presume che le somme siano divise in parti uguali, quindi il 50% del saldo può entrare nell’asse ereditario e il restante 50% restare nella disponibilità del cointestatario superstite, salvo prova contraria.
    Questa presunzione, però, non è sempre definitiva: se si dimostra che il conto era alimentato esclusivamente dal defunto, oppure che la reale volontà delle parti era diversa, si può superare la divisione automatica al 50%. È proprio qui che nascono molte controversie, perché la banca segue criteri prudenziali e formali, mentre gli eredi possono avere l’esigenza di far valere una ricostruzione economica più precisa delle somme effettivamente appartenute al defunto.
    Un altro nodo riguarda la tipologia di firma. Se il conto è a firma disgiunta, il cointestatario superstite, in linea generale, può continuare a operare sulla propria quota, mentre quella riferibile al defunto resta soggetta alla successione. Se invece il conto è a firma congiunta, il conto tende a rimanere fermo fino alla definizione della posizione successoria, perché non è possibile operare senza il consenso di tutti i cointestatari o degli eredi subentrati.
    Molti problemi pratici sorgono proprio nella fase di passaggio: prelievi fatti subito dopo il decesso, richieste di svincolo non complete, contestazioni sulla provenienza delle somme e ritardi della banca nella liquidazione. In alcuni casi, gli eredi devono persino ricostruire i movimenti del conto fino a dieci anni indietro per verificare se il saldo sia corretto e se vi siano stati trasferimenti che incidono sulla successione.
    Per questo motivo, il tema del conto corrente del defunto non va visto solo come una questione bancaria, ma come una vera e propria parte della successione ereditaria, con effetti patrimoniali, documentali e talvolta anche contenziosi. La differenza tra conto individuale e conto cointestato, tra firma disgiunta e firma congiunta, e tra somme proprie e somme ereditabili, può cambiare in modo sostanziale ciò che ciascun soggetto potrà effettivamente ottenere